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Molti si stupiranno del titolo che abbiamo deciso di dare a questo neonato blog, e si chiederanno il perchè di una tale scelta. In quanto autori, abbiamo un dovere di chiarezza. Tutto deriva dalla inattesa e casuale scoperta dell’esistenza di un così grande “anticonformista” del mondo animale, scoperta avvenuta per pura coincidenza “a cavallo” del confine svizzero-italiano e che ha poi, quasi per scherzo, portato ad approfondirne l’identità e la storia producendo invece una ancor più inattesa ammirazione.
Per chi, come molti, non conosce questo equino dal fascino inconsueto,  “Il bardotto è un ibrido, generalmente infecondo, che nasce dall’accoppiamento di un cavallo stallone con una femmina di asino domestico. Aveva un tempo maggior importanza economica, al giorno d’oggi i bardotti sono allevati raramente e quasi esclusivamente per la qualità della carne. Una zona tipica di produzione è la Sicilia.
Rispetto al mulo (che è l’incrocio contrario, cioè tra l’asino stallone e la cavalla) il bardotto presenta una maggiore somiglianza con l’asino e ha una criniera più folta. Ha le orecchie piccole come la madre e nitrisce, a differenza del mulo che raglia. Per ragioni di accoppiamento, il bardotto è il tipo di incrocio più difficile da ottenere.
Le norme di allevamento non differiscono particolarmente da quelle del mulo. Come il mulo, il bardotto maschio è generalmente sterile (le femmine possono essere occasionalmente fertili). L’animale era conosciuto già in Mesopotamia, come animale da traino; fino ad alcuni decenni fa era allevato principalmente in Sicilia, Spagna e Portogallo.
Un tempo il bardotto era utilizzato come animale da soma e da traino; nel corso del Novecento è stato impiegato dai ranghi militari per il trasporto pesante, soprattutto armi, munizioni e vettovagliamento.
In seguito alla meccanizzazione di molti lavori, il bardotto viene allevato principalmente come animale da macello. Le sue carni, come tutta la carne equina, sono apprezzate per l’alto valore nutritivo.” (da Wikipedia.it, http://it.wikipedia.org/wiki/Bardotto).
Vi starete però ancora domandando cosa c’entri la Svizzera in tutto questo e soprattutto che relazione ci sia con il nostro bardotto!?!
Noi, autori de “Il bardotto impertinente”, in questo paese che guarda all’Europa come ad un continente lontano e distante, ma che ne costituisce il cuore geografico, abbiamo trascorso svariati mesi, e dobbiamo ad esso la nascita della nostra stupenda amicizia, un gemellaggio piemonte-sicilia ormai più che biennale, portata avanti anche grazie ad un enorme bagaglio di ricordi e di amici comuni.
Se avrete ancora un attimo di pazienza, il mistero sarà presto svelato…
La Svizzera non è in Europa. Confina con tutti, eppure non si apre a nessuno. Sarà anche una nazione pacifica e fraterna, ma è come un corpo senz’anima: ha tutto ciò per poter star bene ed una salute, ma le manca proprio ciò di cui avrebbe più bisogno. Già Orson Welles disse a riguardo: “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.
Uno svizzero mi disse poi che il cucù era tedesco. Forse un italiano avrebbe mentito e sarebbe andato fiero del cucù.
C’è poi la dogana, che è la quinta essenza del paradigma svizzero. La dogana svizzera, una delle ultime dogane in Europa, mal tollera gli italiani e quello che rappresentano. Se ci sono tre automobili in coda davanti al casello, una olandese, una francese ed una italiana, allora ce ne sarà solo una ferma al controllo.
Nemmeno se quella olandese fosse un furgoncino Volkswagen colmo di una nebbia dolciastra; nemmeno se la station
wagon francese trasportasse un maiale vivo sul sedile passeggero. L’unica macchina ad essere fermata sarà una microscopica utilitaria con targa italiana, guidata da uno studente universitario solo ed intimorito dal pelato doganiere. Intimorito perché lui cela un segreto che il doganiere non dovrà mai sapere, oltre la legalità.
E’ un segreto losco, oscuro, malsano e che si rifà contro una legge antica come la Svizzera stessa. Come se quella Nazione federale fosse nata su quell’ossimoro di logicità. E il segreto pulsa nelle vene dello studente, come il Cuore rivelatore batteva nel petto dell’assassino. Sì, perché quel segreto losco, oscuro e malsano porta con sé una realtà di mistero, progetti mal riposti e latte. Tanto latte. Esattamente sette litri di latte più del consentito e nascosti sotto al sedile del guidatore e del passeggero.
Quattro occhi cercano di penetrare nel pensiero dell’altro (tra parentesi):
“Rien à déclarer?”, chiede il doganiere dopo aver fermato la macchina (“si je trouve même un seul poil en plus, je vais vous donner une fessée dans la prison”)
“Rien”, risponde lo studente seduto sulla bomba di latte bovino (“fammi passare e brinderò alla tua. Col latte, naturalmente”)
“Ok, tout va bien”, risponde uno svogliato doganiere (“Vous n’êtes pas mon type. En outre, il y a six et demi: je veux rentrer à la maison et boire un verre de lait suisse!”).
Ma non sempre il traghettatore di latte abusivo è stato così fortunato. Ci fu un giorno in cui venne perquisito per una certa carne, alimento ancor più illegale in svizzera, la carne di bardotto.
Sinceramente non conoscevo il bardotto e la sua storia, prima di attraversare il confine. E in un certo senso, ringrazio la Svizzera e i suoi limitanti doganieri che me l’han fatto conoscere sebbene io non capisca chi possa mai anche solo pensare di poter mangiare la carne di bardotto. Fu un avvenimento talmente bizzarro che non poteva rimanere circoscritto ai due attori che lo avevano reso unico, il piemontese che valicava il confine ed il doganiere pignolo, così fu presto argomento di racconto e, un po’ per scherzo un po’ per noia, divenne principio ispiratore per la creazione del nostro caro personaggio, un avventuriero equino dagli zoccoli curiosi che girava il mondo e di questo ne raccontava le percezioni. Nacque Otto il bardotto!

Il nome ispira l’italiano nobile che è in ognuno di noi: nitrisce e non raglia, ha una criniera più folta del mulo e nasce con un accoppiamento più difficile da ottenere. Ovvero, la selezione naturale, che predilige gli incroci rispetto al sangue puro, che non esiste.

D’altro canto, come l’italiano medio, è generalmente sterile (solo mentalmente, ahimè: la madre dei cretini, o leghisti, l’accezione sta cambiano anche sul dizionario, è sempre incinta), sfruttato come animale da traino e da soma; impiegato nei ranghi militari per il trasporto pesante, sopratutto armi, munizioni e vettovagliamento.
Eppure, come l’Italia nata dall’incrocio con tutte le culture mediterranee, il bardotto nasce se uno stallone vuole possedere una femmina dell’asino domestico. Perfetta metafora della nostra Italia unita, fin ora cavalla prolifica montata da qualche asino stallone (i nostri governanti, più asini che stalloni…), che potrà compiere il vero Risorgimento quando saprà risvegliarsi e risorgere, ovvero quando riuscirà a dar forza a quel bardotto sfruttato ed odiato, che lascia in silenzio, smettendo per una buona volta di darsi e regalarsi per pochi spiccioli ai governanti che son sempre più monarchi.
Quale destino più meschino, tragico e romantico?
Immaginiamo dunque un raro caso di bardotto virile e sfruttato, furbo e intelligente. Anzi immaginiamone uno impertinente, che del silenzio è stufo, che ha tanta voglia di nitrire e raccontare il mondo.

C’era un bardotto in fuga…

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