Lucy e il cielo delle potenzialità umane


Luc Besson è uno degli autori maggiormente ghiotti di cinema, così ghiotto che iniziare la recensione di un suo film è cosa assai difficile senza prima premettere che nel dirigere, scrivere e produrre quest’uomo si impone la maniacalità sintomatica di chi ha fatto della settima arte un’ossessione da cui non riesce a liberarsi. Egli ci ha regalato tre gioielli del cinema: il toccante Lèon, il bellissimo Nikita e il fantascientifico Il quinto elemento. Ed è a quest’ultimo che occorre ricollegarsi nel raccontare il suo ultimo lavoro, perché dopo aver parlato ai bambini e a coloro che ancora inseguono i draghi in cieli ormai sgombri, con Lucy Besson torna alle origini, alla fantascienza pura. In questa pellicola la prorompente Scarlett Johansson interpreta una normale (?) studentessa universaria che, a seguito di un incontro inaspettato e di un ancor più inaspettato uso di una sostanza non meglio identificata, riesce a trasformare se stessa nella versione più evoluta dell’essere umano, riuscendo a toccare il 100% delle potenzialità del proprio cervello, trasformandosi in una sorta di superuomo, o forse dovrei dire superdonna.

Lo spunto iniziale – quello cioè di una sostanza del tutto nuovo che porta l’essere umano a conoscere le reali potenzialità del proprio cervello – sembra strizzare l’occhio al thriller Limitless con il bellissimo, oltre che bravo, Bradley Cooper in cui un uomo con velleità di scrittore si imbatte in una pillola che, da una parte lo rende un genio iper attivo pieno di successo, e dall’altro invece lo porta nel mezzo di una guerra dal quale sembra impossibile uscire. Come detto, però, questo è solo lo spunto iniziale di Lucy e, in definitiva, l’unico elemento che lo collega al film appena citato. Per il resto l’ultima fatica di Besson è un film che sembra non curarsi troppo della trama, cercando invece di sviscerare ai massimi livelli non tanto le potenzialità del cervello umano, quanto piuttosto quello del genere scientifico. Ecco allora che anche le trovate più assurde sembrano accettabili se lasciate ai piedi del Dio dello scy-fy, a cui tutto sembra essere concesso: con tanto di volo, telecinesi, capacità di leggere nel pensiero altrui e mille altre amenità del genere. Eppure, in un primo momento, Lucy riesce ad ingannare il suo spettatore. La pellicola, infatti, che ad un primo sguardo si presenta così profondamente pop, così piena di azione e di scelte surreali, da risultare divertente e pronta a diventare un ennesimo cult, dal punto di vista della critica invece non riscuote grande successo venendo definita come un guilty pleasure che in quanto tale non può di certo mancare nella libreria di qualsiasi cinefilo che si rispetti pur non lasciando affatto qualcosa di emotivamente sostanziale in chi ne è spettatore. L’accusa che viene mossa a Besson è di aver commesso l’errore madornale di prendersi troppo sul serio, lasciandosi andare seppur con la sua sempre magistrale regia in una produzione fin troppo carica dei classici e riconoscibilissimi topoi del suo genere, come l’immancabile corsa per Parigi per fare solo un esempio, finendo così per rendere la storia stessa stanca e dalla fruizione quasi confusa, a tratti addirittura indisponente per un’offerta contenutistica che sembra straboccare dai circa novanta minuti di minutaggio. 
A mio personalissimo avviso, tuttavia, Lucy rappresenta la storia di una “supereroina” dei nostri tempi, una donna che modificando se stessa e spingendosi suo malgrado oltre ogni limite della mente umana, scopre in maniera profonda e viscerale la propria umanità. Il tutto in un caleidoscopio di immagini e situazioni che in fondo non intrattengono soltanto il pubblico ma lo spingono verso nuovi potenziali livelli di riflessione.
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