"Lei". Superfetazione tecnologica come metafora di un amore universale.

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Nel cinema l’amore è un tema talmente inflazionato che ricadere nei soliti cliché è piuttosto facile, considerato peraltro che quando si tratta si sentimenti oramai i film tendono a ripetersi come se non ci fosse più nulla da raccontare. Ecco, in questo piattume accade che di colpo scopro il film di Spike Jonze (autore di Essere John Malkovich e Il ladro di orchidee) e ne rimango estasiata con la conferma che uno tra i registi contemporanei più visionari dei nostri tempi. Jonze riesce a indagare nel profondo un sentimento decisamente complesso per quanto universale con tanto di percorso obbligatorio per il protagonista della storia che ci racconta: il superamento dei propri limiti. Egli tocca le corde più intime della natura umana partendo da una storia apparentemente molto semplice che utilizza il tema della alienazione tecnologica come strumento per parlare di qualcosa di ben più complesso che supera solitudine, incomprensione, amicizia e sessualità e con una particolare prospettiva in cui perfino la relazione tra un uomo e un computer appare la cosa più naturale del mondo poichè nata da sentimenti del tutto genuini, veri, sinceri, spontanei. Jonze disegna i tratti dell’esistenza umana, racconta la fragilità che si nasconde dietro a ogni coppia (richiamando alla mia mente film come Se mi lasci ti cancello) e realizza tutto ciò estrapolandolo da una concezione temporale perchè ambientandolo in un ipotetico futuro non troppo lontano dal nostro e in cui gli uomini vivono in una simbiosi che non è poi cosi distante da quella che viviamo noi oggi immersi tra computer e cellulari, finisce per sublimare la metafora più grande di tutte: l’universalità dei sentimenti.

Ne viene fuori una pellicola decisamente affascinante, dolcissima seppur con qualche spruzzata di acre. Una pellicola capace di strisciare dentro a lungo e aprire molteplici riflessioni sul nostro oggi, sul nostro modo di vivere la tecnologia, sul nostro modo di vivere e spesso svendere i sentimenti, sul nostro di essere. Di esistere.
Pare che Jonze abbia impiegato anni per arrivare alla stesura definitiva del film con il quale peraltro si è aggiudicato l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale, ma forse una simile “gestazione” tenuto conto del risultato finale era assolutamente necessaria perchè ne viene fuori un vero capolavoro cinematografico di introspezione umana con tutta una serie di perle buttate qua e là per tutto il film che scuotono e fanno vibrare pur lasciandoti addosso una leggerezza del tutto inaspettata.
E’ un film di recitazione, fatto di dialoghi intensi che forse andrebbe visto in lingua originale per comprenderne appieno la potenza verbale e le magistrali interpretazioni, prima su tutte proprio quella di Lei dove i toni della commedia si intrecciano a quelli del dramma e arrivano dritti al cuore con una tale poesia di intenti che risulta impossibile non sentirla propria fin dall’inizio. 
“Lei” vince un posto d’onore come opera profondamente intrigante, capace di penetrare senza mai essere stucchevole, con il romanticismo tipico degli amori impossibili, trasmettendo e consegnando agli spettatori almeno due messaggi fondamentali: quanto sia vicino un futuro carico di incomunicabilità e quanto salvifico possa essere un amore nella vita di un uomo. 
Amante dei paradossi e spinto da visioni mai scontate, Jonze si imbarca in un evidente riflesso dell’oggi descrivendo in maniera commovente i rischi dell’intimità e dei rapporti umani. E lo fa senza cadere nel facile tranello di presentarci la tecnologia come nemica insidiosa. Le sue non sono critiche palesi che cercano di sollevare emozioni cupe a dispetto di quello che inizialmente si potrebbe pensare ma un tentativo di analisi schietta e premurosa dalla quale, grazie anche alla stupenda chiosa finale, ciò che si evince è l’uomo sotto la sua stessa lente, nelle sue fragilità e nelle sue incapacità carico però di tutta quella potenzialità che spesso nelle brusche anse dei rapporti perdiamo di vista.
Joaquin Phoenix poi dimostra un talento decisamente strabordante, se non fosse ancora evidente la sua capacità multiforme. Se ne Il gladiatore riesce ad essere brutale e indissolubilmente tormentato in Quando l’amore brucia l’anima, qui nei panni di Theodore non poteva essere più commovente. Ci si scorda persino che stia recitando, tanta è la magistralità con la quale accompagna la ricchezza di espressione della sua coprotagonista: una voce (Scarlett Johanson) di una dolcezza quasi disarmante. 
Nel cast c’è anche Amy Adams nel ruolo di una cara amica di Theodore. Piccola parte ma con tanto cuore. 
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