C’era una volta un pupo di zucchero!

Se sei di Palermo e sei stato bambino, anche tu almeno una volta hai trovato riposto in un angolo di qualche mobile o sulla credenza della stanza da pranzo, al centro del tradizionale “cannistru” e avviluppato intorno ai piedi di tutto punto, “u’ pupu ri zuccaru o a’ pupaccena” che con la sua presenza sovrastava silenzioso tutto il resto dei dolci che per l’occasione erano stati preparati.
Per chi non lo conoscesse, sto parlando di un baldanzoso pupo di zucchero che raffigura il classico paladino del folclore panormitano, figura eroica dei mitici paladini del teatro popolare e che nella Sicilia orientale è scomparso del tutto, rimanendo invece fiero manufatto dei dolcieri palermitani. 
Secondo la tradizionale, per la festa dei morti, erano proprio i cari defunti, siano essi nonni, zii, parenti prossimi o lontani, a portare doni ai più piccoli di casa. Ricordo anche con quanto entusiasmo la mattina del 2 novembre mi svegliavo sapendo che la nonna che non avevo mai conosciuto durante la notte era passata a lasciarmi un regalo. 
Lo so, a molti potrà sembrare macabro. Penserete che sia una cosa stupida dire a dei bambini che nella notte i morti sarebbero passati a portare doni, tuttavia io non ho mai avuto nessuna paura, anzi vivevo quel giorno meglio del natale. 
L’idea che da lontano qualcuno vegliasse su di me, e avesse a cuore che quel giorno avessi un regalo anche io, mi illuminava. 
Questo periodo infatti evoca tanti ricordi, per me era una sorta di Epifania anticipata ma senza la befana con le scarpe tutte rotte, la casa si riempiva di dolci tipici come la frutta martorana, i biscotti totò e i taralli dolci al cioccolato con quella glassa così buona che se nei giorni successivi li mangiavi a colazione col latte caldo i denti si cariavano anche al pupo di zucchero che ti osservava dal mobile buono del salotto e rigorosamente sottovuoto. Già perchè questi pupi erano commestibili solo in teoria. In pratica essendo delle piccole sculture realizzate con zucchero cristallizzato la sola idea che un bambino li addentasse era se non da escludere, quantomeno da scoraggiare decisamente considerando poi i problemi che l’ingestione di tutto quello zucchero avrebbe potuto portare. 
Rimanevano quindi come una sorta di trofeo, in attesa che lasciassero il posto a quelli dell’anno successivo. 
A far da padroni nella pancia di adulti e bambini sono infatti da sempre, insieme alla pasta reale, i biscotti totò e i taralli, da sempre anche simbolo a mio avviso della personalità della gente di Sicilia.

La glassa esterna, che varia dalla provincia nella quale vengono realizzati, gli attribuisce l’aspetto della durezza, impressione tipica di chi conosce superficialmente un siciliano, mentre l’interno è morbido e tenero come la vera essenza della mia gente, generosa al punto di accoglierti nella propria casa, anche se ti conosce da cinque minuti, e capace di regalare un calore umano, che luoghi comuni a parte, spesso non riscontrabile in altre regioni del nostro paese.

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