L’era della privacy perduta

A distanza di pochi giorni dall’ultima nuova diavoleria progettata da Facebook, è già polemica. Sembra che la Timeline da poco arrivata a colorare di nuove forme i profili privati dei numerosi utenti del social network più famoso al mondo, sia una ennesima violazione della privacy tanto agognata dai nostri, ormai quasi preistorici, genitori. Non bastava il cookie spia di cui si era avuta notizia a settembre dell’anno appena passato 2011, adesso questo nuovo “diario” sconvolge le impostazioni degli utenti cibernetici rendendo le loro informazioni archiviate disponibili senza consenso. 
Emerge in modo chiaro un problema sempre più pressante.
Se, fino a poco tempo fa, la privacy veniva infatti percepita in un unico modo, e l’invasione della stessa richiedeva una più che valida giustificazione, oggi viviamo in una società nella quale esporsi è normale. Una società dove è la richiesta di protezione della privacy che va giustificata, paradossalmente.
Quasi tutti oramai ci esponiamo sul web, molto più di quanto potessimo mai immaginare solo dieci anni fa.
Su Facebook scriviamo se siamo sposati o no, su Twitter postiamo commenti di gossip, teniamo con costanza aggiornato il mondo del web sulla nostra situazione familiare, pubblichiamo foto che tutti possono vedere, senza preoccuparci se si potranno mai cancellare o no.
Forse non c’è niente di cui preoccuparsi. O forse invece siamo di fronte ad un fenomeno che viaggia verso il non senso e che sta stracciando ogni parvenza di controllo. 

Meno di un anno fa l’Amministratore Delegato di Google Eric Schmidt dichiarava: “Se c’è qualcosa che non volete mai far sapere, la primissima cosa da fare è non farlo sapere”.
In altre parole, quello cui assistiamo è il totale rovesciamento del concetto di privacy. 

Ci sono comportamenti esibizionistici giunti ai limiti della ragione che raramente vengono considerati patologici, perchè il bisogno fondamentale di poter, ad un certo punto, chiudere quella benedetta porta di casa, lontani da occhi indiscreti, sta iniziando a sembrare un potenziale reato.
Quando ho iniziato da bambina ad approcciarmi alla rete, ricordo che una delle preoccupazioni più grandi fosse quella di trovarsi di fronte una identità completamente inventata. La rete web veniva vissuta come un mezzo per crearsi un “ruolo” del tutto nuovo, un alter ego parallelo alla realtà di tutti i giorni. E succedeva, quindi, che un ragazzino poteva far finta di essere un adulto e viceversa.
Da quei tempi l’uso del web è cambiato: la rete non serve più a travestirsi, ma è diventata sempre più simile allo Speakers’ Corner di  Hyde Park, con – però – miliardi di potenziali spettatori.
Succede pertanto che la ricerca su Google del nome della persona che dovete incontrare per lavoro (ormai una prassi, in vista di un incontro importante) potrebbe produrre tanto le foto del profilo Facebook di quella persona, magari in costume da bagno, durante una vacanza in Grecia con la famiglia, quanto i suoi post su Twitter, tutti contenenti allusioni alla notte di sesso con la moglie dopo la lite della sera prima, cosa che la moglie stessa ha messo in rete in tempo reale sullo stesso social network. Però, non ci troviamo niente di male, e mimetizziamo la palese violazione della privacy con parole dal significato nuovo, come “condividi”, “amici” e “post”, che non fanno che confermare il fatto che la sovraesposizione è nient’altro che l’antidoto ad un senso di solitudine che lo sviluppo tecnologico ha comportato.
Mi vien quindi quasi spontaneo immaginare cosa potranno mai pensare quei bambini che i genitori stessi mettono davanti al pubblico occhio, violandone il diritto alla riservatezza, esponendone i primi sorrisi, i primi passi, i primi pianti e infanzia seguitando. 

Non è che tra una ventina di anni quei bambini faranno causa a qualcuno per aver violato la loro privacy? O non avranno forse la sensazione di essersi persi qualche cosa?
Può essere anche che, per capire un post come questo, per esempio, quei bambini diventati adulti avranno bisogno di cercare nel vocabolario una parola dal significato oscuro: “privacy”. E scorgerne il reale peso sarà impresa ardua. Così come del resto spiegarne la portata, quasi fosse una convenzionale categoria che racchiude misteriosi eventi, preludio ad uno sviluppo retorico e fenomenico come la buona vecchia “preistoria”.

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