"Ci vulissi un cutiaddu e un cannavazzu"

Di espressioni colorite e variopinte, il palermitano è parecchio dotato. Una delle variazioni cromatiche del folklore linguistico che ultimamente mi è parecchie volte venuta in mente è appunto “ci vulissi un cutiaddu e un cannavazzu”!
Una spiegazione però è d’obbligo, soprattutto per chi, di siciliano ne mastica poco. Capita spesso infatti nella vita di un siculo e non, di ritrovarsi di fronte a situazioni complesse, provocate da soggetti di nessuna utilità per il genere umano, meglio definiti dalle mie parti come “Fanghi” o “Fanghe”…eh, già perchè si sa che ormai, in secolo di parità sessuale, anche esemplari del genere femminile possono avere qualità da rompiballe e quindi non sfuggono a tale categorizzazione.
Sono individui talmente snervanti da far desiderare ai soggetti che ne subiscono gli influssi, di porre fine all’intreccio in maniera davvero appassionata e, tradizione linguistica vuole che ci si adoperi con l’uso di un coltello (cutiaddu) e di un mocio (cannavazzu). Il primo per effettuare il cosiddetto “fridduliamentu” del fango o della fanga in questione ed il secondo per ripulire il tutto.
Dopotutto sappiamo bene che noi gente del sud siamo “genti assistimata” che non ama il disordine e odia la sporcizia.

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