Lettera di protesta equina!

Ho ricevuto questa lettera di protesta dal mio adorato Bardotto. Le sue parole mi hanno parecchio colpito e pertanto ho pensato di renderla pubblica.

Cara Antonella, chi ti scrive, con qualche difficoltà a causa di arti non predisposti a tale faccenda, è un rappresentante della specie equina. Avrai già capito. Sono Otto, Otto il Bardotto. Il tuo fedele amico bardotto.

Solitamente ti scrivo per aggiornarti dei miei spostamenti intorno al mondo, della mia famiglia che cresce e delle tante specie, umane ed animali, che incontro durante il mio cammino.

Oggi, mi adopero per scriverti una formale lettera di protesta, credendo di essermi ormai arrogato questo diritto a nome di tutti quelli che come me, e non intendo solo bardotti ma anche muli e asini, insomma quelli che secondo il parere di molti sono equini di seconda scelta, razze inferiori.
I cavalli, per loro fortuna, hanno un altro sindacato, e comunque sono già considerati abbastanza. Gli Equini più esotici, poi, come le zebre, occupano un posto più alto ancora sulla scala umana dei valori, perciò non parlerò neanche a nome loro.
E spero che vorrai rendere partecipi anche i tuoi lettori di quanto da me, fra poco, leggerai.

Si può sapere perché siamo così dimenticati dal genere umano?? perchè tutti si preoccupano solo della cura di cani, gatti, lupi, maiali e conigli?? Perchè almeno tu non fai di un bardotto o anche di un mulo (non sarei geloso!) il protagonista di una tua storia o di un tuo racconto??

Che poi, non è che noi poveri non siamo proprio nominati, tutt’altro! Più volte ho sentito nominarci solo in senso dispregiativo: “Quel somaro di…”, “Cocciuto come un mulo”… Lo so, non è tutta colpa tua, o vostra, è un modo di dire molto diffuso, ma ciò non toglie che sia degradante.
Cosa mai abbiamo fatto di male per essere usati come termine di paragone offensivo? Solo perché abbiamo le orecchie lunghe e un carattere forte non vuol dire che siamo peggiori dei nostri parenti cavalli. Anzi. Abbiamo molti meriti. Te ne cito qualcuno, per rinfrescarti la memoria.

Hai studiato certamente la Storia, la Grande Guerra. Saprai che si è combattuto a lungo anche sulle montagne che segnavano i confini tra nazioni vicine da secoli, solo momentaneamente nemiche. La lotta era dura, i soldati male equipaggiati, gli inverni rigidi. Automobili e camion non potevano passare per certi sentieri impervi per portare viveri e munizioni ai ragazzi in difficoltà. Qualcuno ha cominciato ha servirsi di un mulo, forse per caso. Si scoprirono in loro doti incredibili di resistenza e frugalità, oltre che di dolcezza e affidabilità. Bastava loro poco per vivere, lavoravano molto, trasportavano pesi incredibili sui basti, arrivavano ovunque percorrendo vie impervie (hai mai sentito parlare di “mulattiere”?). Chiedevano solo un po’ di rispetto e di amicizia, e di solito li ottenevano, perché il rapporto con l’uomo, in quelle dure circostanze era simbiotico e fraterno.
Allo stesso modo noi bardotti siamo stati utilizzati come animali da soma e da traino; impiegati dai ranghi militari per il trasporto pesante, soprattutto armi, munizioni e vettovagliamento.

Insieme ai muli siamo stati adottati dagli Alpini, lo sapevi? Per decenni abbiamo rappresentato lo spirito di sacrificio e di abnegazione del milite ignoto. Uno di loro, uno sconosciuto come tanti, ha saputo interpretare questa amicizia dando voce a noi che voce non abbiamo, scrivendo una preghiera al suo conducente. Ecco, quello sconosciuto sì che fece una cosa bella.

Io sono orgoglioso di essere un bardotto. Anche se sono nato in un’epoca di pace e non ho conosciuto la guerra. Anche se non posso vantare avi gloriosi, e non potrò trasmettere il racconto delle gesta eroiche ai miei figli, perché a noi bardotti, come ai muli, non è dato procreare, sono comunque fiero di quello che sono e lo sarò sempre contro le dicerie e i modi di dire del mondo intero.

Ero arruolato anch’io, fino a pochi anni fa, in una piccola brigata in sicilia, mio luogo di nascita, come tu ben sai e luogo anche del nostro primo incontro. Andavamo in esercitazione, insieme ai soldati, a quel tempo soldati di leva, sulle montagne, a montare e smontare campi, dividendo notti stellate e marce estenuanti. E sono sicuro che ti ricordi perchè ti ho vista per la prima volta proprio in una di quelle “uscite”. Ancora non sapevamo entrambi che saremmo diventati grandi amici a distanza di qualche tempo…eri una ragazzina di città in vacanza dai nonni, anno dopo anno ti ho vista crescere. Ti ho osservato ammirare con la bocca aperta e sorridente la nostra marcia di rientro in caserma. Certo, il dubbio che guardassi quei bei giovanotti che accompagnavano noi ciucchini c’era, ma io ho sempre pensato che invece guardassi me. In città non vedevi creature come noi, mentre di giovanotti ce ne sono sempre stati in abbondanza ovunque.

Se ci pensi bene ricorderai che ce n’era uno che scalciava sempre quando passava vicino alla tua porta, specie se eri col muso fuori dalla finestra…(pardon, col naso, so bene che voi umani non avete il muso!)
Il povero burba di turno qualche volta faticava a tenermi, ma non ho mai fatto del male a nessuno. Volevo solo essere certo che mi vedessi, che ti accorgessi di me. E non dei ragazzi!

Insomma, ho fatto marce ed esercitazioni come tutti i soldati. Poi l’esercito italiano ha deciso di eliminare me e i miei compagni muli e bardotti, per risparmiare sulle spese e perché ormai eravamo “inutili”. Non ci sarebbe stata un’altra guerra tra i valichi, non serviva più l’amico indefesso che lavorava a testa bassa senza chiedere nulla in cambio. Dovevamo solo toglierci dagli zoccoli…

Così è mancato poco che finissi al macello. Ho rischiato la pelle senza combattere, ed ero ancora nel fiore degli anni. Mi ha salvato solo una colletta di appassionati che ancora, bontà loro, mi mantengono nel culto dei tempi andati.
E poi, dopo averti conosciuto di persona, ho deciso che avrei girato il mondo coi mie zoccoli in goretex e la mia criniera al vento e che ti avrei raccontato le mie avventure. Ho visto luoghi lontani, come Australia e Cina, ho viaggiato in battelli per raggiungere isole perdute negli oceani del mondo, visto le gigantesche statue dell’isola di Pasqua e infine approdato nelle isole Aaland dove il mio cuore è stato infiammato da una bardottina locale. Insieme a lei ho adottato due piccoli bardotti che erano stati abbandonati, Gino e Totino, che amano pensare a te come ad una zia lontana, e adesso attendo che i loro zoccoli si facciano più spessi e saldi per portarli insieme a me a scoprire le meraviglie intorno al globo.

Al povero amico asino invece, pensa, è toccata la sorte di essere considerato da sempre simbolo dell’ignoranza umana. Perché? È un essere così mite, così saggio! Un paragone più sbagliato era difficile da imbroccare. A mio giudizio l’asino è un essere eccezionale. Estremamente versatile, ha fatto di tutto nel corso del tempo.
A cominciare da miniere e gallerie. Prima che fossero inventati binari e carrelli da trasporto, le miniere c’erano già ed i detriti o i carichi preziosi erano affidati ai somarelli, che vacillavano sotto il peso delle grandi ceste, ma non si fermavano mai.
E secondo te, cara Antonella, come si ricavavano l’olio o la farina, un tempo, quando non esistevano i macchinari? Era sempre il solito asino che attaccato ad un giogo girava la ruota della macina o del frantoio. Frumento e olive erano frantumati dal monotono, interminabile percorso circolare di questa povera creatura. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. L’alternativa era l’aratro. Su e giù per un campo che non finiva mai, dall’alba al tramonto. Sin dai tempi degli antichi romani, per non andare troppo lontano nel tempo.
Sì, mi dirai che anche i cavalli hanno fatto lo stesso mestiere. Non sono stati tutti dei Tornado o dei Furia, eroi da film. E non erano tutti stalloni cavalcati dai grandi eroi della storia (ma tu lo hai mai saputo di che colore era il cavallo bianco di Napoleone? Si sprecano saggi e tomi pazzeschi, per definirlo). Ma la campagna era dei poveri, e non tutti si potevano permettere il cavallo, che è molto più grosso di un asino e mangia dieci volte tanto…

C’è però una qualità leggendaria di questo animale che è rimasta sempre viva nell’immaginario collettivo: L’umiltà!
Tanto che è stato scelto come cavalcatura da frati caritatevoli, da re in penitenza e perfino da un Santo, se è vero, come si racconta, che S. Francesco aveva un asino per compagno. E vogliamo ricordare chi era che scaldava un certo Bambino, nato in una fredda sera di dicembre, così povero da non avere panni? Il fiato di un asinello ha salvato la vita al Bambino che sarebbe diventato Re. E del quale fra qualche giorno, tu e la tua gente, festeggerete la passione e la resurrezione.

Quanto ti ho scritto naturalmente è solo un piccolo accenno delle magnificenza che i mie amici equini “di seconda scelta” hanno compiuto nel tempo, ma credo possa bastare a rendere l’idea. Quindi ci tengo ad affermare con fermezza che nessuno di noi merita appellativi disonoranti.

Personalmente sono figlio di un cavallo stallone e di un’asina domestica. La mia mamma è stupenda, oltre che molto saggia ed il mio papà farebbe invidia al cavallo di Clint Eastwood. E credi che a me non sarebbe piaciuto nascere cavallo? Essere bello come mio padre, avere una lunga criniera, lucente per le amorevoli spazzolate, ed essere apprezzato da tutti?? Essere ammirato, conteso, esibito… Essere un grande campione, vedere le mie foto sui giornali ed rilasciare interviste per la TV…??
Avrei voluto anche diventare padre per via naturali, per quanto il “divertimento” in quel senso non mi manchi, ma non è possibile. L’uomo crea a suo piacimento, senza curarsi dei sentimenti altrui. Noi bardotti maschi siamo sterili mentre le femmine hanno solo qualche minima possibilità di diventare madri. E come se non bastasse ci sterilizzano. Così noi delle gioie dell’amore e della paternità non conosciamo niente. A meno che come me, non incontri la compagna giusta disposta a fare da madre a due teneri cuccioli dagli zoccoli spauriti.

E poi dicono che siamo cattivi. Vorrei proprio vedere un maschio della tua specie, al posto mio.

Ma per tornare al nostro discorso, alla fine ho accettato di essere un bardotto, ma non tollero di sentirmi sminuito. Sono bello anche io, a modo mio, sono onesto e lavoratore. Ho la mia dignità, e per questo esigo lo spazio necessario anche solo nel tuo blog (che peraltro hai così amorevolmente deciso di dedicarmi), per rivendicarla.

E ti ringrazio già adesso se vorrai pubblicare questa mia lettera, sebbene io senta questa protesta come un mio diritto. Voglio solo lanciare un appello ai miei simili. Asini, muli e bardotti, siate forti! Prendete coscienza del vostro valore, non siete secondi a nessuno. Fate come me, dite sempre la vostra, quando occorre e non subite più in silenzio.

Per ora ho finito cara Antonella, ma vorrei che ci ritrovassimo, un giorno.
Tuo, con affetto,
Otto

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