Ah, Barcelona!

Esistono città nelle quali si arriva sapendo già tutto. Ci si va per avere la conferma di quel che già si conosce per letto o sentito dire, come Venezia, Roma o Parigi. Sì, Roma è città eterna. Beh, Parigi è sempre Parigi. Venezia è piena di zanzare…
In modo più o meno consapevole ci si reca in questi posti, per accertare la propria identità di cittadini del mondo e, tornando a casa, si è raccolta una quantità tale di luoghi comuni che è sufficiente per discuterne e ammorbare parenti e amici per un bel pezzo.
Da almeno un ventennio, Barcellona ha fatto capolino nella lista delle città cosiddette luogo-comune. “Ah, Barcelona.”
Si, avete letto bene, nessun errore ortografico. Barcelona con una sola elle. Segno già di per sè evidente di un innamoramento incondizionato per questa metropoli ispanica dai piedi bagnati dal mare. Uno slogan che valga per tutti però non è facile da trovare. Qualcosa che valga erga omnes, se non altro perchè Barcellona non è mai uguale a se stessa. Cambia di continuo. Sarà sempre una città diversa rispetto a quando la si è visitata anni prima. E’ una città che si muove. Trasforma continuamente la propria struttura urbanistica e trasforma perfino il proprio carattere riuscendo però, inspiegabilmente, a mantenere identica la propria identità. Non per tutte le città però è così.

Alcune hanno la necessità fisica di restare assolutamente immobili. Ma Barcellona si muove moltissimo. Si muove talmente tanto che c’è da sorprendersi che le fotografie non vengano tutte mosse.
Quando andai, con un gruppo di amici, a toccare con mano la sua bellezza e dinamicità, ne rimasi quasi folgorata. Che viaggio fantastico. Ancora oggi sento dentro la ricchezza che questa stupenda città mi ha lasciato. Con le sue colline, il Tibidabo, Montjuic, las ramblas, la magnifica fontana di Placa de Catalunia dalle acque vibranti a ritmo di musica, la perenne incompleta sagrada familla e naturalmente i lasciti architettonici del grande Gaudì.
C’è poi la sua skyline, un grattacielo che la tradizione popolare ha ribattezzato con un paio di nomignoli di cui il più gentile è l’equivalente catalano di suppostone. L’ente municipale dell’acqua lo ha fatto costruire dall’architetto Jean Nouvel e somiglia – oltre che, effettivamente, a un’enorme supposta – anche ad un’improvvisa erezione del paesaggio. Difatti l’altro nomignolo è Pito. Come se l’orizzonte si fosse eccitato per qualcosa.

E in effetti Barcellona è una città molto sensuale. Sensuale e controllata. Capace di tenere la sua sensualità sotto controllo e metabolizzare ogni elemento di perturbazione.
Naturalmente ci sono anche qui interventi più o meno riusciti.
La Rambla del Mar, per esempio, il faraonico pontile di legno concepito come una ideale prosecuzione in mare della famosa Rambla, tende a somigliare ad un centro commerciale, fitto com’è di locali e localini, boutiques, il centro Maremàgnum, la multisala Maremàgnum, le discoteche, l’acquario, il World Trade Center e compagnia barcelonando. Ovviamente de gustibus, turisti e barcelonesi si divertono parecchio in questi luoghi…e anch’io a mio tempo ho fatto qui più volte le ore piccole! 😛
Ma quel che conta è lo spirito di innovazione e rinnovamento della città e della municipalità. Ancora oggi, si progettano nuove strade, si ripianificano vecchi quartieri e i risultati sono tutto fuorchè scadenti.
Quando andai, ricordo che il portiere dell’ostello in cui alloggiavamo ci aveva parlato del quartiere di Barrio chino. Un quartiere storicamente malfamato che però era stato tutto rimesso a nuovo. Varie proteste a sostegno della conservazione dell’anima di quei luoghi si erano susseguite prima e durante i lavori, ma poi la nuova Rambla del Raval si è fatta ugualmente, gli abitanti del quartiere ci vanno a prendere il sole, e la nuova strada è entrata a far parte all’istante del paesaggio cittadino, migliorandone anche la qualità della vita.
Questa è una città in cui per le famiglie borghesi è un orgoglio – e non una iattura, come da noi – avere un figlio architetto, quasi come in Italia è avere un figlio notaio. Questa è una città che è stata cambiata da architetti di mezzo mondo, senza preclusioni, con l’unica garanzia di chiedere rispetto in cambio di rispetto. In Italia, al contrario, non ci sono mezze misure: o vincoli asfissianti o abusivismo edilizio. Certe volte allo stesso tempo sia vincoli asfissianti sia abusivismo edilizio. Il centro storico non si tocca per nessun motivo, a meno che non lo si faccia con interventi pirateschi e approssimativi. Nel caso, poi, provvederà una sanatoria edilizia a porre rimedio.
Se si tratta di costruire un grattacielo non sarà mai Jean Nouvel a stilare il progetto, ma piuttosto il cugino geometra dell’assessore, giusto per fare largo ai talenti locali. Di modo che quando fra cinquecento anni gli storici dell’arte si interrogheranno sullo stile che la patria di Basile e Brunelleschi ha regalato al mondo fra novecento e duemila, le opinioni saranno concordi: ciò che rimarrà è l’abusivismo edilizio.

A Barcellona no. A Barcellona – come anche a Parigi e Berlino, per esempio – c’è ancora la consapevole spavalderia di lasciare un segno sul territorio. Certo: un segno qualificato. Ma comunque un segno.
Tutte le generazioni dell’umanità lo hanno fatto, perché noi dobbiamo rinunciare o, peggio, delegare all’abusivismo il nostro ruolo di abitanti delle città?
A Barcellona se ne fregano di sbagliare, e fanno. Tanto che adesso la città è pronta ad entrare direttamente nel luogo comune proprio per la sua capacità di sottrarsi al luogo comune. Con questo non voglio certo dire che sia una città perfetta, ma di sicuro è una città perfettibile. E la perfezione forse consiste proprio in ciò, nella costante approssimazione alla perfezione.

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